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carlini su knowledge commons e disciplina copyright (dal manfo di domenica): msg#00220politics.activism.neurogreen
Conoscenza, bene comune I problemi da risolvere: la conservazione accessibile del già noto e il mettere in comune quello che si va scoprendo (limitando il tempo di sfruttamento editoriale delle scoperte) FRANCO CARLINI Ottimo il tema «Condividere la conoscenza», sviluppato ieri a Milano in un incontro organizzato dal senatore Fiorello Cortiana con la partecipazione tra gli altri di Stefano Rodotà e Lawrence Lessig, il giurista di Stanford da tempo attivo sui temi della proprietà intellettuale. Ma con una variante e un di più, se è lecito esagerare nei sogni: per «condividere» al meglio dei saperi già esistenti occorre anche un prima e cioè una «conservazione», e magari fare seguire il tutto da un dopo, che consiste nel «creare» nuova conoscenza condivisa. Il primo gradino - la memoria - è essenziale e non riguarda solo le tecnologie di conservazione, per esempio quelle che verranno usate da Google per mettere in forma di bit i volumi delle biblioteche universitarie con cui ha appena stretto un accordo commerciale. Quello è solo uno dei problemi, ma quello più vasto riguarda che cosa conservare per i posteri, con quali criteri e con quali «schedature». Se i libri si sa come classificarli, ben altro discorso è quello dei materiali multimediali prodotti in questi anni. Basti dire che il solo Google ha in memoria 8 miliardi di pagine web e che queste rappresentano solo una parte, forse il 30 per cento, dell'intera Internet. La loro classificazione è grossolana, affidata a software automatici e quasi non esistono criteri di affidabilità né guide alla lettura, attività preziose finora svolte dai bibliotecari, un mestiere che non solo è destinato a permanere, ma anche, si spera, a estendersi e rafforzarsi. Né va dimenticato che tra le memorie da conservare come beni comuni ci sono quelle dei popoli: i linguaggi, molti dei quali in via di estinzione, e i saperi tradizionali, specialmente relativi al rapporto con la natura: cibi, coltivazioni, medicine. Questa conservazione e valorizzazione, oramai lo si è capito, non può avvenire inviando gli antropologi nelle foreste a studiare i pigmei come fossero insetti, ma lavorando insieme alle singole popolazioni indigene. Il secondo gradino, la condivisione, indica il libero accesso ai saperi, quello che spesso viene chiamato Open Access. Su questo terreno stanno succedendo delle cose importanti, a partire dal mondo del software e della ricerca scientifica, ma con serie possibilità di estensione a tutto lo scibile. Nelle settimane scorse i National Institutes of Health, una delle più grandi organizzazioni della ricerca statunitense, hanno completato una consultazione aperta attorno a una proposta che suona così: tutte le pubblicazioni scientifiche devono essere gratuitamente disponibili a tutti, in ogni parte del mondo, sei mesi dopo la loro pubblicazione cartacea sulle riviste. Molte sono state le adesioni favorevoli, specialmente da parte degli scienziati, ma forti anche le obiezioni della lobby dell'editoria. Queste ultime tuttavia (e per fortuna) non hanno avuto la forza di mettere in discussione il principio dell'universalità e gratuità del sapere, ma si sono appuntate semmai sulla sostenibilità economica di tale progetto. L'idea degli Nih è solo l'ultima in ordine di tempo di una moltitudine di progetti aperti: per esempio la rivista online libera Plos biology (www.plos.org) o il progetto OpenCourseware del Mit (http://ocw.mit.edu/). Tutti corrispondono a una nuova sensibilità diffusa ma anche alla disponibilità di tecnologie come quelle digitali che rendono concretamente realizzabili le buone proposte. Il che avviene anche nel terzo gradino, quello della creazione di idee nuove in maniera cooperativa. Capita anche nelle aziende, dato che le più avvertite hanno infine scoperto che il sapere di cui sono depositari i dipendenti è un bene prezioso anche ai fini del business. Gli attuali sistemi software detti di knowledge management vorrebbero risolvere tale problema, ma sono tuttora troppo tecnologici, molto costosi e rigidi. Servirebbe ben altro, forse di più leggero e flessibile, ma soprattutto occorre un progetto sociale e organizzativo per far sì che una comunità di dipendenti si senta proiettata verso un progetto comune, ottenendo gratificazione dal fatto di non tenere per sé le proprie competenze, mettendole invece in pubblico. Il sentiero dunque è grosso modo questo: le tecnologie digitali rendono possibile e facile lavorare in modo cooperativo, ma il loro successo non è garantito. Perché lo scopo sia raggiunto le tecnologie devono essere utilizzate come uno stimolo, per rimodellare l'organizzazione e i suoi valori. Il sapere «protetto» tra princìpi e realtà Brevetti e copyright mostrano la corda nell'epoca della massima «riproducibilità tecnica» di qualsiasi opera dell'ingegno umano La soluzione «privatistica» - estensione della durata del copyright - rallenta lo sviluppo delle idee e aumenta i costi di produzione generali F. C. Brevetti, marchi, copyright e diritto d'autore: dal 1600 circa e fino a ieri questi sono stati gli strumenti fondamentali di tutela della cosiddetta proprietà intellettuale. Nella loro codificazione più recente e stabile, quella del secolo scorso e prevalentemente anglosassone, il loro fondamento è lineare e apparentemente solido, ruotando a pochi principi: 1) La conoscenza, sia quella tecnica incorporata nei brevetti che quella culturale o artistica del copyright, è un bene prezioso per l'umanità intera e non solo per il singolo creatore e per gli utilizzatori di quelle opere. E' bene comune che deve essere a disposizione di tutti, sulla base della semplice considerazione storica che se l'umanità è finora progredita, questo è stato grazie a un perpetuo, incessante e disseminato processo di copia, imitazione e miglioramento delle idee altrui. La migliore prova della validità di una «pensata» sta nel fatto che essa susciti imitazioni: se un'idea nessuno te la copia, allora forse non vale molto. 2) Nello stesso tempo occorre riconoscere realisticamente che il mondo non è popolato solo da altruisti disinteressati, ma anche da «free rider», persone che volentieri fanno scorribande nelle idee altrui: Allora salvo alcuni artisti, magari benestanti, pochi dedicherebbero energie a creare poesie, musiche o invenzioni utili se esse possono essere copiate tali e quali e immesse sul mercato magari a prezzi inferiori. Da qui la decisione degli stati di incentivare le idee, attribuendo loro una particolare forma di protezione, i diritti di proprietà intellettuale, appunto. La discussione è da sempre accesa tra i filosofi, gli storici e se questa proprietà sia addirittura un diritto naturale (come quello alla vita) o se non sia invece una forma ristretta e minore di proprietà, e dunque subalterna rispetto a un bene più importante che è quello della circolazione delle idee. La maggioranza dei sistemi di protezione fino ad ora ha seguito questo sensato e moderato secondo punto di vista. 3) Di conseguenza si è stabilito uno scambio: gli stati assegnano agli inventori e agli autori un monopolio sull'uso delle loro opere dell'ingegno, ma con delle restrizioni, anche significative: intanto il monopolio è limitato nel tempo (20 anni per i brevetti, ormai 70 dalla morte dell'autore per il copyright) e scaduto quel periodo le idee e le loro concrete realizzazioni diventano patrimonio di tutti, liberamente usabile, riproducibile e copiabile da chiunque. Gli inventori poi, devono assoggettarsi a un'altra clausola piuttosto restrittiva: possono ottenere il brevetto solo se questo corrisponde a particolari caratteristiche (essenzialmente: novità, utilità e non banalità) e comunque devono dispiegarne pubblicamente il contenuto. La domanda dunque deve rivelare pienamente non solo agli uffici, ma anche al pubblico e ai concorrenti in che cosa il brevetto consiste; in questo modo altri potranno inventare cose nuove e diverse e comunque eviteranno di applicarsi a soluzioni che sono già coperte da brevetto. Tutto bene dunque? Proprio per niente, perché tale sistema normativo ha funzionato in maniera lineare solo per poco tempo e solo in casi ristretti. Esso è continuamente messo in discussione dal cambiamento delle tecnologie e dallo spostamento del valore delle merci dal materiale all'immateriale. Oggi infine sta letteralmente esplodendo e produce danni generali (il sequestro dei saperi e la privatizzazione delle idee) e particolari (si rivela un freno e un onere eccessivo anche per le aziende in competizione tra di loro). Le tecnologie «distruttive» e cioè quelle che mettono in discussione intere e consolidate filiere produttive, sono almeno di due tipi: l'uno riguarda la diminuzione delle difficoltà tecniche nel riprodurre o imitare invenzioni altrui. Fino a poco tempo fa non era solo la legge sui brevetti a proteggere le invenzioni, quanto la complessità della fabbricazione di certi oggetti o di realizzazione di processi produttivi: ci vogliono molti soldi per realizzare un impianto chimico, più di quanti ne occorrano per acquisire le licenze dei brevetti. Ma le tecniche sono oggi molto meno costose e per produrre un farmaco generico, usando lo stesso principio attivo di un altro brevettato, non occorrono investimenti pazzeschi, tant'è vero che diversi paesi in via di sviluppo lo fanno egregiamente. A sua volta il copyright, come era stato inteso fino a ieri, è intaccato dalla disponibilità di tecniche di riproduzione poco costose e facilmente reperibili: ieri le fotocopie, oggi la produzione di copie digitali assolutamente identiche di musica, testi, immagini. Se ne era già occupato Walter Benjamin nel lontanissimo 1936 con il suo «L'opera d'arte nell'epoca della riproducibilità tecnica» (Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit), ma si ripropone in termini ben più drastici oggi, nell'epoca in cui molte opere nascono già digitali e la loro riproduzione è istantanea, facile e a costo zero: non esiste più barriera tecnica alla copia e alla sua diffusione e questo di per sé è un enorme vantaggio, ai fini della circolazione della cultura, quanto una minaccia enorme per i detentori del copyright, il cui obbiettivo ha questo punto è ben evidente: sovvertire le leggi precedenti e renderlo eterno. La qual cosa avviene facendo a meno della legge e dei tribunali, ma incorporando la protezione del supposto eterno diritto direttamente nell'opera digitale: le tecnologie di gestione dei diritti (Digiltal Right Management) questo si prefiggono, dato che come bollini Siae permanenti dureranno per sempre, anche a copyright scaduto. La demolizione del copyright storico del resto è già in atto da tempo per legge, con la sua dilatazione dagli originali 14 anni ai 70-90 anni attuali dalla morte dell'autore, negli Usa. In questo caso è evidente a chiunque non sia in malafede che è totalmente saltata l'idea del copyright come incentivo all'autore perché continui a creare: chi mai produce romanzi o poesie perché incentivato dalla remunerazione che ne potranno raccogliere i suoi post-post-post nipoti? ?@?@?@?@?@ NEUROGREEN ecologia mentale, attivismo sociale X sovvertire l'europa zerozero http://liste.rekombinant.org/wws/subrequest/neurogreen |
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