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Re: il futuro di un'europa senza radici: msg#00044

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Subject: Re: il futuro di un'europa senza radici

antonio tursi ha scritto:

Non crede che l'assetto
economico-militare imposto dall'Occidente (e inseguito oggi dalla Cina) sia
debitore, sia derivato dalla coscienza della potenza senza limiti della
nostra specie?
vorrei entrare nel merito di questa considerazione apportando un minimo di considerazioni sul legame tra guerra e tecnologia prese da vari testi che argomentano questo tema. Le conclusioni di queste riflessioni finiscono per convincere che non è la coscienza della potenza senza limiti della nostra specie occidentale a imporre
l'assetto economico sociale, ma che i risultati dovuti al progresso tecnico scientifico vengono oggi destinati a programmi militari.
Se un tempo la sopravvivenza di una determinata società dipendeva anche dalla necessità di costruire armi sempre più perfette, oggi lo strapotere militare vorrebbe trasformare tutta la cultura ai suoi fini, modellando tutti gli investimenti in una direzione finalizzata alla "modernizzazione" capace di essere funzionale sia in tempo di guerra sia in tempo di pace. Dunque non la specie deve essere messa in discussione, ma la cultura dominante nelle varie fasi della storia.
Il legame fra guerra e tecnologia è un fenomeno studiato sotto molteplici aspetti che per la sua natura ambigua è stato considerato come il volto di Giano, la divinità bicefala del passaggio dalla guerra alla pace e viceversa.
Proviene da passato il concetto di guerra come proiezione nel campo di battaglia di alcuni valori e aspettative delle varie civilità, come nel caso dei Persiani che combattevano con carri e ornamenti tradizionali usati per terrorizzare il nemico. Il conflitto cioè assumeva un aspetto simbolico con connotazioni antropologiche simile a quello dei Maya e degli Incas. I Greci sostenevano una concezione di guerra come spazio in cui le divinità decidevano della sorte dei guerrieri e del destino della battaglia, luogo della vita o della morte, mentre differentemente da questi, gli Jvaro dell'Amazzonia concepivano la guerra come "fatto sociale totale", principale strumento di coesione che mobilita i legami di parentela.
Anche Sigmund Freud studia la guerra dal punto di vista psicoanalitico, concependo la distruttività umana come istanza della mente che inerisce l'istinto della morte.
Lo scrittore francese Raymond Aron ha affermato che il problema della dissuasione alla guerra riconduce ad un problema psicologico e tecnico insieme. Nel secolo dell'era atomica segnata dagli eventi di Hiroscima e Nagasaki, la bomba atomica rende il concetto di deterrenza credibile ed efficace. In realtà il binomio evoluzione tecnologica e cultura è sempre servito a pianificare nuove guerre che gli strateghi fanno ricondurre al Polemos di Eraclito, quando ritenne che all'origine di tutti i fatti ci sia un collegamento con la natura agonistica e conflittuale dell'uomo. La guerra viene così accettata e fatta accettare con la forza come condizione portatrice di giustizia, concetto che fonda il diritto internazionale relativo alla guerra e rappresentato nelle convenzioni multilaterali come quella di Londra del 1933, nella Carta delle Nazioni Unite del 1945, nel trattato di Kellog-Briand del 1927.
Nel trattato "La guerra totale" di Erich von Ludendorff la guerra viene concepita come fenomeno indipendente dalla politica ed espressione della più alta volontà di vivere di una nazione. E' con i fenomeni economici connessi alla globalizzazione, allo sviluppo degli armamenti e alla fine del bipolarismo, che il concetto di guerra viene sostituito con quello delle guerre modellate in funzione dell'alta tecnologia militare che include le reti informatiche, i dispositivi microelettronici, la bio-tecnologia, i nuovi materiali, la tecnologia stealth e l'energia diretta.
In sostanza una caratteristica di questa tecnologia permette di formare più gruppi dai quali scaturisce una frammentazione multiforme delle guerre.
Lo stesso concetto di deterrenza o dissuasione non viene inteso più in termini strettamente militari, ma come forma di combattimento che avviene su altri piani quali la concorrenza economica, lo spionaggio industriale, le speculazioni sui mercati internazionali e in generale il terrorismo in tutte le sue forme.
La stessa massima latina Si Vis Pacem, Para Bellum ripresa da Pailevé nella Scuola della Pace considerava gli aspetti morali e politici della guerra, senza però tenere in considerazione quello che di fatto stava andando avanti, costringere con tutti i mezzi l'avversario a spezzarsi in virtù del detto "a mali estremi, estremi rimedi".
Allora più che pensare ad una specie guerrafondaia cerchiamo di indirizzare l'orizzonte nel quale viviamo nella sua naturale condizione che oscilla fra il conflittuale e l'armonia, senza demonizzare alcuna coscienza particolarmente guerrafondaia, ma riportartando questo tema così drammaticamente attuale, nei suoi reali termini di lotta fra poteri forti, sempre in guerra anche fra di loro.



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