logo       

Re: il futuro di un'europa senza radici: msg#00042

culture.internet.rekombinant

Subject: Re: il futuro di un'europa senza radici

Non entro nel dispositivo complessivo del ragionamento di Bifo sull'Europa.
Alcuni dei suoi argomenti sono da me condivisi, altri assai meno. Tra questi
ne enucleo uno che ha avuto da parte mia una certa attenzione negli ultimi
mesi.
L'argomento che mi pare si possa chiamare rilancio dell'umanesimo, trova il
suo fulcro nel
richiamo al testo di Pico. Da altri scritti di Bifo e da precedenti
conversazioni tra noi su temi apparentemente astratti e marginali (quali può
essere il rapporto tra ciberspazio e cibertempo), mi era già parso il
rifugio umanistico cercato da Bifo. Ora il richiamo al De dignitate
certifica quell'impressione.
Senza voler qui portare argomenti a favore di un diverso orizzonte di
pratica e di pensiero (un orizzonte postumano e postumanistico), mi limito a
porre a Bifo qualche domanda.
Non crede lui che all'origine dei danni, dello scadimento, della catastrofe
da lui sempre più individuati e segnalati, possa individuarsi proprio quella
posizione umanocentrica che Pico, Leonardo (l'homo centro de lo mondo) e
Alberti (l'homo faber) ci hanno assegnato? Non crede che quella posizione di
privilegio abbia gravato l'uomo bianco dei suoi fardelli? Non crede che la
possibilità di emendare la natura (assengata da Vasari all'artista) abbia
fatto scaturire la necessità di dominarla e ricondurla a pezzo di riserva --
qui il termine natura comprende anche quella umana? Non crede che l'assetto
economico-militare imposto dall'Occidente (e inseguito oggi dalla Cina) sia
debitore, sia derivato dalla coscienza della potenza senza limiti della
nostra specie? Non crede, infine, che il nichilismo sia frutto
dell'ipostatizzazione di un essere (di un certo essere)?
Spero non mancheranno occasioni prossime di confronto su questi temi, ma
sono
sicuro che sui pixel di RK si possano iniziare a ripensare alcuni nessi che
spesso il pensiero dominante tende a lasciare nell'ovvio e perciò impensato.

ps se di interesse, potrei postare alcuni argomenti sul postumano nei
prossimi giorni.




----------------------------------------------------------------------------
---------------------------------

antonio tursi
dottorato di ricerca in teoria dell'informazione e della comunicazione
dipartimento di mutamento sociale, istituzioni giuridiche e comunicazione
università degli studi di macerata
email: antonio.tursi@xxxxxxxx; tursi@xxxxxxxxxxxxxxxxxx
mobile: 39 3476597211
----- Original Message -----
From: "bifo" <bifo@xxxxxxxxxxxxxxx>
To: <rekombinant@xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx>
Sent: Thursday, June 23, 2005 11:06 AM
Subject: [RK] il futuro di un'europa senza radici


il futuro di un'europa senza radici


La questione europea è esplosa in maniera catastrofica dopo il verdetto
degli elettori francesi ed olandesi, perché il ceto politico che ha
lavorato nei decenni del dopoguerra alla costruzione europea non ha voluto
o potuto suscitare un movimento culturale ampio. In questo modo la
costruzione europea è rimasta un esperimento di ingegneria istituzionale, e
di integrazione finanziaria, ma non ha potuto divenire movimento culturale.
La novità del processo di costruzione europea, che non ha nulla a che fare
con la storia passata delle nazioni, e mal si concilia con le forme
istituzionali e politiche del passato, richiede invece la mobilitazione di
energie intellettuali originali, la creazione di strumenti originali di
elaborazione teorica e diffusione culturale. E' il compito che sta davanti
a noi, nel prossimo futuro. Ma quali energie, quali strumenti vediamo per
svolgere questo compito?

Il rifiuto francese e olandese della Carta costituzionale significa in
parte un rifiuto delle politiche liberiste e dell'impoverimento della
società che queste comportano. Ma l'effetto non va certo in quella
direzione. Al contrario assistiamo del tutto prevedibilmente ad un
riemergere del nazionalismo e ad un rafforzamento della tendenza xenofoba
mentre l'attacco ai diritti del lavoro procede anche in assenza di una
formalizzazione costituzionale.
Nei prossimi anni avremo più liberismo e più nazionalismo insieme. E gli
effetti saranno di impoverimento della società europea e di aumento
dell'aggressività verso l'interno e verso l'esterno del continente europeo.
D'altra parte non ci sarà rilancio del progetto europeo senza un processo
di ideazione collettiva che assuma le caratteristiche di un movimento. E
questo presuppone un ripensamento del futuro d'Europa.

In un articolo recente Timothy Garton Ash, che è divenuto il cantore di
un'Europa rassegnata al liberismo ha osservato che mentre in India e in
Cina si cerca di realizzare la giornata lavorativa di 35 ore, l'Europa non
può sperare di competere coltivando idee come quella della settimana di 35
ore. Se non si libera delle illusioni egualitarie e libertarie che hanno
intessuto la storia del Novecento l'Europa non può competere nel gioco
della crescita.
E' vero, ma chi ha detto che sia l'unico gioco?
L'Europa può portare un contributo di consapevolezza nell'evoluzione del
genere umano solo se saprà dichiarare la sua estraneità alla gara della
competizione economica.
L'espansione della massa di merci, l'aumento del prodotto interno lordo, la
privatizzazione della sfera pubblica sono l'unico modo per competere
secondo i criteri dell'economia di profitto. Ma il futuro non sta nella
crescita. Il futuro sta nella capacità di armonizzare la vita collettiva
con una progressiva decrescita, con una riduzione della massa di merci, con
una riduzione del tempo di lavoro. La crescita confligge con la
sopravvivenza del pianeta e soprattutto confligge con la sopravvivenza
della razza umana, della sua salute psichica e fisica. La ricchezza che
dobbiamo accrescere è quella che consiste nel tempo per godere delle cose,
non quella che consiste nella massa di cose di cui non abbiamo tempo di
godere.
Deve aumentare il tempo di cura, non il ritmo della dipendenza macchinica.
Il piacere di vivere, questo è il contributo che l'Europa può portare
nell'attuale passaggio evolutivo dell'umanità.

Se la sola gara è quella della competizione economica, di fronte alla Cina
o agli Usa l'Europa ha già perso.
Accettare questa gara come la sola possibile porterà a perdere la
specificità sociale della storia europea del novecento, il benessere e la
libertà collettiva, ed a perdere anche la competizione economica.
Ma il sommovimento che stiamo vivendo in questo principio di millennio va
alle radici stesse della modernità.
La catastrofe del campo socialista, il crollo dell'Unione sovietica, la
crisi del movimento comunista internazionale hanno aperto la strada
all'assolutismo del capitale. Distrutto il riferimento immaginario ad
un'alternativa socialista, iIl capitale non ha più avuto alcun vincolo,
alcun limite etico, giuridico, sociale.
Ma nel momento in cui nessun principio universale ha più valore di fronte
all'arbitrio assoluto del capitale, la catastrofe del socialismo porta con
sé anche la catastrofe dell'Illuminismo. . Il venir meno dell'universalità
illuminista ha aperto la strada al dilagare delle appartenenze. Unica
difesa di fronte all'assolutismo del capitale è rimasta la forza
dell'appartenenza etnica, nazionale, religiosa. Una guerra medioevale
combattuta con armi ultramoderne ha orribilmente riterritorializzato ciò
che la dinamica del capitale aveva deterritorializzato con brutalità.

Al di là della decostruzione degli istituti sociali prodotti dal movimento
comunista nel ventesimo secolo, al di là della decostruzione degli istituti
giuridici prodotti dall'illuminismo politico dal Settecento in poi, ora ciò
che vediamo in questione è il nucleo umanistico che sta a fondamento
dell'intera storia moderna europea.
Nel "Discorso sulla dignità dell'uomo" del 1492 Pico della Mirandola diceva
che l'originalità dell'essere umano sta proprio nella sua mancanza di
essere. L'umano è il non definito, è lo spazio di un progetto aperto il cui
soggetto è l'intrapresa intellettuale, tecnica, produttiva.
All'orizzonte della nostra epoca si delinea la dissoluzione di questa
libertà umanistica. Una sfida radicale al fondamento umanistico stesso
della modernità è implicdita nella costruzione di una Tecnosfera pervasiva
che permea la sfera linguistica, cognitiva e biogenetica.

Ripensare il destino d'Europa significa ragionare su queste cose. Non sulle
radici d'Europa. L'Europa non ha radici, o forse ne ha troppe perché si
possano districare.
I patrioti nordamericani pensano che la storia del loro paese sia segnata
dal "destino manifesto" iscritto nell'imprinting puritano del Mayflower e
nel razionalismo delle regole automatiche di una comunità di liberi agenti
economici.
Per parte loro i patrioti cinesi credono che la loro potenza stia
nell'impero etnico-politico Han unito alla potenza geometrica di un
capitalismo schiavista.
Per l'Europa non è così. L'Europa non può fondarsi sulla compattezza etnica
dell'Impero cinese, non può fondarsi sulla predominanza di una missione
ideologica o religiosa.
E' una debolezza? E' una debolezza dal punto di vista dell'efficacia
competitiva economica o militare. Ma è una forza straordinaria se pensiamo
che nella storia evolutiva la competizione economica e militare possa
essere abbandonata e possa iniziare un'altra storia, che con la
competizione non ha pià nulla a che fare.

Intendiamoci: questo discorso non ha alcuna attualità politica. Nel
prossimo decennio saremo spettatori (e vittime) di un processo di
devastazione di quello che resta di sociale di razionale e di umano.
Gli eventi dell'ultimo anno - la rielezione di Bush, la banalizzazione
della tortura e dello sterminio, la precarizzazione generalizzata del
lavoro dipendente, e infine il crollo dell'Europa politica - dimostrano che
l'eredità progressiva del moderno è dissipata.
Ma i punti di catastrofe si moltiplicano (sul piano ambientale, sul piano
psichico, sul piano sociale) e occorre elaborare strategie di fuga,
strategie di reset del cervello globale.
Il ruolo del pensiero autonomo in questa situazione è duplice.
In primo luogo coltivare interstizi di vita felice, di sperimentazione
artistica sensibile, di ricerca indipendente, di tenerezza e di piacere che
chiamiamo esodo.
In secondo luogo immaginare per il lungo periodo possibili fuoriuscite
dalla guerra e dal sistema sociale schiavistico e concentrazionario che la
guerra costruisce e rinsalda.

Ma nel lungo periodo saremo tutti morti? E' probabile, ma l'esercizio
dell'immaginazione ha il proprio scopo in se stesso. Non vi è altra
condizione dell'essere felici che non sia quella di immaginare esiti
condivisi di felicità, ancorché al momento impossibili.
Il movimento globale ha suscitato un'enorme energia, ma non ha saputo
investirla nella vita quotidiana, nei rapporti di lavoro, negli spazi
urbani. Quell'energia è rimasta in una sfera puramente dimostrativa. Ma
quell'energia non è dispersa. Essa rimarrà in uno stato di sospensione
dolorosa, negli anni a venire. Ma non potrà disperdersi, perché la
resistenza etica e la creazione sono nella natura stessa del lavoro
cognitivo.
Nessun trionfalismo moltitudinario ci viene in aiuto, a questo punto. E'
inutile ripetere il mantra della moltitudine per consolarsi della disfatta
di ogni solidarietà sociale.
Occorre coltivare la cura di sé come risorsa intima ed inattaccabile, come
impeccabilità dell'ironia che non si piega all'inevitabile. E al tempo
stesso coltivare l'autonomia dell'intelligenza, la sua creatività
progettuale che l'assolutismo del capitale punta a cancellare.

Nel corso del ventesimo secolo la politica, arte della volontà libera e
consapevole, arte della ragione che persegue scopi universalmente umani, ha
tentato di rendersi indipendente dal dominio cieco di interessi economici
particolari, ma questi hanno finito per incarnarsi in forma di automatismi
psichici finanziari e tecnologici.
La politica ha inoltre tentato di renderci indipendenti dall'appartenenza
etnica, religiosa, tribale, familiare. La ragione ha tentato di rendersi
indipendente dall'interesse e dal sangue. Non ce l'ha fatta, è bene
riconoscerlo. Per questo l'esperimento moderno è concluso, o forse sospeso.
Comunque fallito, al momento. Più tardi si vedrà.
A nulla servono più le affermazioni di intenti o le dimostrazioni di
protesta.
Abbiamo protestato molto, tra il 30 novembre 1999 a Seattle e il 15
febbraio del 2003 in tutte le città del mondo. Ma la protesta è efficace
quando di fronte ai dimostranti c'è un potere democratico, che ha bisogno
del consenso ed è aperto alla discussione, allo scambio. Oggi il potere non
è basato sul consenso ma sulla violenza militare e la colonizzazione
mediatica. Dunque é inutile a questo punto protestare, dimostrare,
partecipare.
E' opportuno scomparire, lasciare del tutto deserto il territorio
metropolitano spazio spettrale di una rappresentazione mortuaria. E'
opportuno avviare un processo di autorganizzazione dei processi di
produzione del sapere, e lavorare meticolosamente a costruire la prossima
insurrezione del lavoro contro il capitale che sarà l'insurrezione
dell'intelligenza sensibile in allontanamento dalla fabbrica globale
dell'infelicità.






-------------------------------------------[ RK ]
http://www.rekombinant.org
http://www.rekombinant.org/support
http://liste.rekombinant.org/wws/subrequest/rekombinant







-------------------------------------------[ RK ]
http://www.rekombinant.org
http://www.rekombinant.org/support
http://liste.rekombinant.org/wws/subrequest/rekombinant



<Prev in Thread] Current Thread [Next in Thread>
Google Custom Search

News | FAQ | advertise