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Brevetti software, tasse sul prestito e altro: msg#00035culture.internet.rekombinant
Qualche settimana fa sono stato invitato ad una conferenza di bibliotecari presso una sede universitaria. L'argomento del contendere era la direttiva europea che prevede il prestito di libri a pagamento nelle biblioteche pubbliche. Visto il clima accademico, considerando il fatto che non conoscevo i relatori e non mi erano chiarissimi interessi e forze in campo, mi è sembrato corretto nei confronti degli organizzatori cercare di mantenere il mio intervento su temi piuttosto specifici. Cosi' mi sono limitato a una generica presentazione di Babelteka. Al momento della relazione introduttiva del presidente dell'AIB del Lazio, uno dei relatori previsti nel programma, il responsabile di un'associazione sindacale a tutela degli autori, ha interrotto bruscamente la presentazione, affermando che erano state dette delle falsita'. A parere di questo signore, non c'era nessuno tra le persone del governo che si stavano occupando della cosa aveva realmente intenzione di imporre un pagamento agli utenti delle biblioteche. Il problema secondo lui sarebbe stato affrontato in tutt'altro modo: lo stato era pronto a pagare i prestiti che, dunque, in nessun caso sarebbero gravati sugli utenti delle biblioteche. Con quali mezzi poi lo stato avrebbe affrontato queste spese a favore degli editori non era argomento di discussione. Ne' si ragionava sull'ipotesi che quei soldi, lo stato, avrebbe potuto investirli in ben altre e piu' utili iniziative. Ai bibliotecari poco entusiasti il nostro faceva dondolare davanti al naso un'assai improbabile carota: quella di qualche possibile beneficio da ottenere attraverso (chissa' quali?) giri di quel denaro. E' interessante notare quale fosse l'impegno con cui il tizio tentava di indorare la pillola. Come fosse perfettamente cosciente dell'impopolarità del provvedimento e cercasse di inventare raffinate strategie di aggiramento. Come per trovare qualche sollievo dal peso della responsabilità che si assumeva nel sostenerlo. La settimana scorsa ero tra il pubblico di un dibattito sul "futuro del software". In un luogo assai vicino al "palazzo" si discuteva dei brevetti sul software in vista di un prossimo voto al parlamento Europeo. La hall della prestigiosa sala pullulava di geek incravattati con il cellulare in una mano e il palmare nell'altra. Immaginate, in un clima del genere, come suonasse stonata la dichiarazione dell'unica relatrice donna, un avvocato di confindustria, che affermava di essersi risolta a partecipare all'incontro solo dopo lunghe riflessioni, perche' preoccupata per la sua "incolumità fisica" (sic!). Dichiarazione francamente bizzarra, che forse sarei riuscito a spiegarmi, (senza per questo condividerla), se invece che al teatro Capranica ci fossimo trovati (chessò?) al Forte Prenestino. Dichiarazione che, di primo acchitto, sembrava soprattutto un tentativo di accattivarsi il favore della presidenza, che infatti ha cavallerescamente concesso all'avvocato di confindustria uno spazio assai maggiore di quello concesso al pubblico e agli altri relatori. Ma in realtà, anche in questo caso, ho avuto la netta sensazione di trovarmi di fronte a una sorta di senso di colpa latente che, nell'assurda dichiarazione di sentirsi minacciata, subiva una sorta di rovesciamento. Per parlare con il linguaggio degli psicanalisti, la rampante signorina di confindustria proiettava contro il pubblico la sua frustrazione per essere li' a sostenere tesi indifendibili quali quelle a favore dei brevetti sul software. Inutile dire che dal pubblico le poche ed educate proteste non sono giunte dagli "autonomi", ne' dai vecchi freak eredi dell'elettronica popolare, ma da occhialuti gekoni in torvalds-style, culi di piombo da ufficio tecnico che, con voce rotta dall'emozione, ciangottavano che in questo modo li si stava spingendo alla bancarotta. Gli argomenti accampati a difesa dei brevetti, che si appellano alle "regole" dell'economia internazionale, non stanno in piedi nemmeno con le stampelle. Si vorrebbe sostenere che dal momento che l'america brevetta le clessidre e le barre di scorrimento, rendendone in tal modo impossibile l'uso agli sviluppatori, allora l'europa deve fare altrettanto, per poter competere. Perche' se non brevettiamo noi saranno loro a brevettare. E allora... Le cose stanno esattamente al contrario: lo sviluppo e' possibile solo se si danno le condizioni per lavorare liberamente. Se l'Europa riuscisse a garantire lo sviluppo del software senza l'incombente minaccia dei brevetti ne trarrebbe un sicuro vantaggio. E il fatto non riguarda solo le PMI. Anzi, dire che il problema riguarda la piccola impresa significa nascondere un fatto cruciale: i brevetti sul software rischiano di paralizzare l'attivita' di ricerca libera di migliaia di sviluppatori e studenti che lavorano con il software libero. Troppo facilmente si dimentica che proprio uno di loro, Torvalds, ha svolto un ruolo determinante nell'epopea del pinguino. Amareggiato dallo spettacolo, non ho potuto fare a meno di ripensare all'iter del decreto urbani, a tutte le bugie raccontate da chi l'ha proposto, all'onorevole soubrette che in quell'occasione era stata mandata avanti dalle major per dare alla discussione un tono gentile e rispettoso, all'ambientazione da operetta che aveva circondato l'iter del provvedimento, immancabilmente approvato e convertito in legge. Anche in quell'occasione sembrava che nessuno fosse d'accordo con i contenuti del decreto. Al contrario, si era parlato, a reti unite, della necessita' di emendarlo, delle molte correzioni da apportare in favore degli utenti di internet etc. Sappiamo come e' andata a finire. Quello che qualsiasi persona di buon senso deve domandarsi in ciascuno di questi casi e' come mai queste leggi, che apparentemente nessuno vuole, vengano tuttavia regolarmente proposte, discusse e approvate. L'impressione che si ricava da questi incontri e' quella di partecipare a strane celebrazioni del "politically correct", in cui la sinistra finge di tamponare, con scarsa convinzione e molta approssimazione, iniziative legislative che offendono il senso comune e che e' impossibile spiegare in una chiave diversa da quella di un'esplicita pressione dei grandi gruppi economici transnazionali sui vari parlamenti. E' un gioco di cui non e' difficile cogliere il conservatorismo: siamo arrivati al punto in cui gli interessi delle corporation mirano esplicitamente a bloccare l'innovazione. Si tratta di un passaggio cruciale in cui, mentre la capacita' innovativa sta tornando lentamente nelle mani all'intelligenza diffusa, i potentati economici cercano di ostacolare con ogni mezzo questo passaggio, attraverso un frenetico lavoro legislativo. I brevetti sul software, parliamoci chiaro, si spiegano solo cosi'. In definitiva si direbbe che, fatti i propri conti, questi signori preferiscano muovere verso un'Europa ispirata al modello cinese, in cui il lavoro schiavistico riesce a spuntarla sull'automazione di processo, rispetto a un modello di società del tempo libero, in cui l'obiettivo principale e' quello di inventare sistemi per rendere superfluo il lavoro ripetitivo e garantire, a un tempo, condizioni di diffuso benessere, di eguaglianza, e di pacifica convivenza. Sono del resto queste ultime, vale notarlo, le condizioni indispensabili a un vero sviluppo. Uno sviluppo che, come insegna l'europa del Nord, richiede formazione di qualita', universita' gratuite (tutto il contrario di Cepu), basic income e grande liberta' di ricerca. C'e' qualcosa di stridente tra il sottotitolo del libro autobiografico di Linus Torvalds ("solo per divertirmi") e gli annunci di "lacrime e sangue" che provengono dalla destra e dalla sinistra italiane. Fin quando non si arrivera' a qualche ragionamento politicamente articolato sui processi di automazione, non si riuscira' a venir fuori dalla tenaglia: distruggere il lavoro attraverso l'automazione e' diventato lo sport preferito di chi cerca facili profitti, ma le perdite, allo stato dell'arte, sono esclusivamente umane. Cosi' ad ogni profittevole guizzo innovativo dei technomanager corrisponde, da una parte, l'increscioso lamento di confindustria sul costo del lavoro e sulla difficolta' nel licenziare, dall'altra qualche nuovo migliaio di famiglie in ginocchio, con cambiali in scadenza e disperazione "no future". Per gli uni si tratta di un intelligente e redditizio giochino, per gli altri e' la porta aperta alla disperazione. C'era qualcosa di vero nel vecchio adagio operaista secondo cui "l'innovazione e' operaia", e probabilmente e' venuto il momento di ricominciare a cantarlo nel vento. Ma se gli italiani non troveranno qualche sensata alternativa a idee assurde come quella di pensare di rivalersi acquistando biglietti della lotteria o quella di consolarsi guardando in televisione il matrimonio di Totti, la situazione non potra'in alcun modo migliorare. Cio' che e' peggio, la "liberazione dal lavoro" diventa in questo modo perfino impopolare e la nuova destra italocinese arriva ad invocare un ritorno alle "workhouse". Nemmeno se rassegnarsi a produrre cestini di vimini e altre carabattole costituisca l'unica reale alternativa alle attuali forme di degrado economico e sociale. Mi domando: dov'erano questi qui quando e' stata smantellata la Olivetti ? Ragionando scherzosamente su questi temi, un amico mi suggeriva di fondare il "Partito Socialdemocratico Clandestino". La cosa fara' anche ridere, ma e' un riso amaro: i software technosociali divengono in questo clima dei veri e propri "ordigni pacifisti". Lanciano un messaggio semplice e chiaro: la ricostituzione della sfera pubblica, oggi, deve fare a meno dello stato. Piaccia o non piaccia, essi rivelano la distanza tra un altro mondo possibile (e fattibile) e il mondo merdoso che ci viene imposto ogni giorno. E per questo sembrano destinati, contro ogni buon senso, all'illegalita'. Sembra comico, lo so'. Ma provate a pensare che, mentre qualche decina di anni fa i politici potevano concepire a Roma una legge che garantiva una fontanella ogni cinquantamila abitanti ("er nasone"), e' di ieri la notizia che la polizia a Napoli ha pestato un gruppo di studenti che rivendicavano l'acqua come bene naturale e quindi pubblico. Cosa ne avrebbe pensato Sandro Pertini ? Rattus -------------------------------------------[ RK ] http://www.rekombinant.org http://www.rekombinant.org/support http://liste.rekombinant.org/wws/subrequest/rekombinant |
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