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Il fallimento referendario apre una nuova stagione politica: msg#00031

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Subject: Il fallimento referendario apre una nuova stagione politica

ABSTRACT
Il mancato quorum ai 4 quesiti sulla procreazione assistita ci vede
dalla parte degli sconfitti. La nostra redazione, certamente non da
sola, ha sostenuto le ragioni di chi aveva proposto questo referendum
per cambiare la legge 40. Il nostro invito era a favore del
raggiungimento del quorum senza una indicazione di voto. Questo
referendum poteva essere lo strumento per capire cosa si pensa in
Italia della legge 40 ed invece il 75,1% degli astenuti ha scelto in
maniera opposta. Ripartiamo da qui.

di Silvia Minguzzi Letizia Tavani Daniele Tavani Stefano Minguzzi
http://newbrainframes.org/journal/art.php?id=758


ARTICOLO COMPLETO:
Il professor Mannheimer, sul Corriere della Sera, analizzando il voto
(o meglio il non-voto) degli italiani, conclude con una
tranquillizzante tesi: non e' stato un voto politico, ma l'espressione
di un disinteresse. A sostegno di questa tesi il 60% degli astenuti
sono tra quelli che non vanno mai a messa. Inoltre l'analisi delle
intenzioni di voto prima del referendum dimostra come il 35% aveva
deciso di non votare, il 25% di votare ed il 45% era indeciso.
Pertanto gli indecisi hanno scelto in stragrande maggioranza (39%
contro 6%) di astenersi. Di questo 39% solo poco piu' di un terzo
(36%) e' stato convinto dalla posizioni della Chiesa. Mannheimer
quindi conclude che l'astensione record di questo referendum rientra
nel trend degli ultimi 10 anni ed e' una risposta alla crisi della
rappresentanza dei partiti post-ideologici.

Anche Ilvo Diamanti di Repubblica appoggia questa lettura
dell'astensione record. Non siamo davanti ad una societa'
cattolicizzata, ma piuttosto ad una societa' disorientata. A questa
situazione la Chiesa italiana ha risposto, come ha scritto nel suo
editoriale Ezio Mauro, diventando di parte e agendo come una lobby
direttamente sui legislatori. Negli anni '70 leggi laiche fatte in
parlamento venivano messe in discussione tramite i referendum dalla
Chiesa (aborto e divorzio), oggi accade il contrario. La differenza
e', prosegue Diamanti, che il cattolicesimo che si fa ideologia
politica pare capace di mobilitare di piu' dei partiti
post-ideologici. La spiegazione di Repubblica e' in sostanza che il
problema del fronte referendario e' stata l'incapacita' di fare
breccia in quel 45% di indecisi che in gran parte ha scelto la
posizione messa in campo da Ruini.

Se la crisi della rappresentanza dei partiti (e dei media collegati)
e' il motivo principale individuato dai quotidiani politici, ci sembra
tuttavia centrale anche l'aspetto che Folli sottolinea sul Sole24Ore:
la crisi del referendum e della democrazia partecipativa. L'abuso di
questa opzione, l'astrusita' delle questioni proposte e la sostanziale
indifferenza del ceto politico alle decisioni prese fino al '95 con lo
strumento referendario ne hanno depotenziato il ruolo e sminuito
l'importanza agli occhi della cittadinanza.

D'altronde, la crisi dello strumento referendario e' sicuramente un
trend di lungo periodo (10 anni): non si puo' considerare il quorum al
27,9% un risultato a se stante. Delle tre motivazioni di Folli quella
che convince maggiormente e' la terza: la democrazia partecipativa
funziona se e' effettiva, alle finzioni ci si stufa presto. Non
stupisce d'altronde che il municipio dove il quorum e' stato piu' alto
a Roma e' l'XI (41,8% contro una media cittadina del 37,4%) e cioe' il
municipio che sostiene piu' apertamente il metodo del bilancio
partecipativo e per primo ha abbracciato le Agende21 come strumento di
pianificazione urbanistica.


Fin qui le opinioni espresse da quella elite culturale che in massa
aveva sostenuto le ragioni del Si e oggi si lecca le ferite. Pero' non
si puo' spiegare un errore di valutazione enorme come un 75% di
astensione solo cosi'. E' difficile pensare che sia stata una
questione, come scrive Il Corriere della Sera, di un'Italia
disinteressata ed incapace di futuro insomma. Sarebbe troppo semplice:
un ritornello troppe volto usato per giustificare rovesci elettorali.

Da un lato quindi la crisi dello strumento referendario, affossato da
un sistema politico troppo restio a redistribuire potere ed arroccato
su una rappresentanza che spesso e' quasi autoreferenziale; dall'altro
la crisi della democrazia rappresentativa per vari motivi interni ed
esterni. La societa' odierna sotto stress a causa di flessibilita',
precarieta' e globalizzazione fatica a trovare rispondenza negli
strumenti classici della rappresentanza. Uno studente fuorisede, un
migrante, un lavoratore all'estero, un ricercatore in trasferta, un
turista, un rifiugiato sono esclusi dai processi identitari che sono
la radice del sistema democratico occidentale: dove devono votare e
per chi?

D'altronde il sistema maggioritario introdotto in Italia a seguito di
un referendum e' stato pesantemente emendato dalla classe politica. Il
paese si e' ritrovato con un sistema elettorale che da un lato ha
disintegrato le appartenenze ideologiche, dall'altro non e' riuscito a
creare un forte legame eletto-elettore fondato sul territorio del
collegio elettorale. Il risultato ottenuto e' un distacco tra classe
politica e cittadinanza: partiti senza anima e senza radici. Distacco
e crisi che non a caso vanno di pari passo praticamente a tutti i
livelli istituzionali, con la non esiziale differenza dei sindaci
eletti direttamente.

La Chiesa riesce di nuovo a ritagliarsi un ruolo in questo contesto,
andando a riempire il vuoto lasciato nella societa' dall'ideologia.
Dopo la caduta dell'ideologia comunista, e nel pieno splendore della
"modernita'" (il)liberale delle nuove destre, i cittadini si trovano
in balia di un sistema politico in cui fanno fatica a trovare
un'appartenenza che non sia solo di schieramento con schematismi
sempre piu' banali ed estremi.

La Chiesa da un lato propone un'altro genere di appartenenza, un'altra
forma di adesione, ma dall'altro si fa ideologia, secondo l'adagio
ratzingeriano, del no al relativismo laico ed ad una chiesa di massa:
meglio una comunita' piu' ristretta di cattolici veri piuttosto che un
cattolicesimo universale quanto indistinto. Una Chiesa, quindi, che si
fa parte, capace di tracciare un solco tra cio' che si puo' e cio' che
non si puo'. Solco che in politica e' deciso nei parlamenti tramite
compromessi e accordi che favoriscano la massima adesione sociale e
che invece la Chiesa traccia distinguendo cio' che e' vero da cio' che
e' falso (Cio' che Dio ama da cio' che Dio non ama, in un recente
intervento di Ratzinger).


Quindi il cattolicesimo diventa "pensiero forte", in parte
contrapposto, in parte sovrapposto a quello neoconservatore, e, come
quest'ultimo, chiama le persone al confronto, ad una presa di
posizione netta. Da qui pero' non e' ancora scaturito un blocco
politico. Mannheimer e Diamanti hanno ragione nel dire che la
componente sociale e' preminente su quella politica, ma la Chiesa che
diventa soggetto politico e ridefinisce le regole del gioco e' un
fatto politico.

Il suo potere di pressione diventa imprescindibile per tutti i
tentativi di costituzione di qualsivoglia alleanza politica in Italia.
In questo caso si e' dimostrata la capacita' da parte della Chiesa di
esprimere punti di vista ampiamente condivisibili dalla maggioranza, e
di essere intenzionata ad usare questa capacita' sui temi che la
riguardano (vita, scuola, famiglia, solidarieta', gioventu'). La sua
pressione e' contemporaneamente sistemica e programmatica.

A fronte di questa dimostrazione di forza non c'e' ne' a destra ne' a
sinistra una cultura laica capace di contrapporre una visione "altra".
Il nostro errore e' stato quindi quello di credere di vivere ancora
nel secolo scorso quando liberali, conservatori, socialisti, etc
discutevano in parlamento rappresentando l'intera opinione pubblica.
Questo errore ha fatto si' che abbiamo parlato ad un pubblico assente,
abbiamo parlato a delle classi astratte.


In risposta alla nuova strategia della Chiesa italiana le destre sono
sfidate a mutarsi per passare dal Berlusconismo al questo nuovo
cattolicesimo militante. Non un ritorno alla democrazia cristiana
quindi, ma una nuova area culturale "teo-con" che come il neoliberismo
si basava sul darwinismo sociale, si basi sull'etica e la morale
cattolica.

Dall'altro lato la sfida della sinistra italiana e' quella di
elaborare una cultura politica che seppellisca cadaveri ambulanti come
comunismo, socialismo e riformismo e giunga a sintesi. Una cultura
politica che oltre alla sfida programmatica posta dalla Chiesa sappia
anche rispondere anche a quella sistemica. Laddove la Chiesa italiana
sposa un modello di lobbies e di democrazia delle elite, l'alternativa
dovrebbe perseguire la via inversa della partecipazione e
dell'allargamento della democrazia. Un tentativo che la clessidra del
tempo rende molto arduo.

--
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