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I.T.U. (interfacce technosociali urbane): msg#00021

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Subject: I.T.U. (interfacce technosociali urbane)

Qualche tempo fa ho inviato alcune note sul libro di Robert Putnam "Bowling
Alone" che descrive i fenomeni di progressivo isolamento sociale che hanno
caratterizzato gli Stati Uniti nell'ultimo scorcio di secolo. Vi invio alcuni
appunti a riguardo presi in questi giorni. Niente di particolarmente originale.
Solo note che forse, passo dopo passo, potrebbero contribuire a delineare
un quadro della situazione.

(Per "l'appendice" ho cambiato idea dopo aver confabulato con il buon Matteo,
che giustamente mi ha fatto giustamente notare che mettere un romanzo a
puntate su una lista non e' proprio un esempio di netiquette. Appena posso,
il romanzetto lo metto su tutto intero su web).

****

Per raccogliere elementi interpretativi circa i fenomeni descritti da Putnam
può essere molto utile rivisitare le analisi del sociologo chicagoano Richard
Sennett. Già in un libro del 1970, "Usi del disordine", Sennett aveva colto
due importanti elementi del processo di progressivo isolamento delle comunità
statunitensi. Il primo è di natura psicologica e si potrebbe definire come
una sorta di "fissazione all'adolescenza". Il secondo, intrecciato al primo,
viene definito come "bisogno di purificazione" e va letto e interpretato
all'interno dell'ampia discussione sociologica che si è sviluppata intorno
al grande tema dell' etica protestante. La fissazione all'adolescenza,
interpretata
come una tendenza a sottrarsi dal dolore, dall'alterità e dal conflitto,
ha trovato terreno fertile nel familismo puritano. Per comprendere il
ragionamento
di Sennett conviene partire dalle sue parole: «Il mio pensiero non si è
chiarito finché non ho capito che negli ultimi decenni la famiglia ha fatto
proprie le funzioni sociali e i contatti che gli individui, nel passato,
cercavano nell'area più vasta della città. Questo processo di appropriazione
da parte della famiglia di spazi sociali, una volta avvertiti come inadeguati,
ha incoraggiato il nascere di qualcosa di perverso nelle relazioni comunitarie
urbane che gli uomini hanno abbandonato e nella famiglia stessa.»

E di seguito: «In questo modo un'intensa vita familiare in America indebolisce
l'interesse di una generazione nel prendere parte a tipi diversi di esperienza
e di contatto nella città, rendendo queste forme diverse di partecipazioni
più deboli e facendo perdere loro vitalità; il fenomeno è diventato
particolarmente
evidente nell'ultima decina d'anni».

L'Italia, come è noto, è tutt'altro che immune dal familismo. Lo scenario
italiano, in cui la politica ha sempre ostentato un culto nei confronti
della famiglia, appare anzi ai nostri giorni come emblematico di quel "qualcosa
di perverso" di cui il giovane Sennett aveva avuto intuizione nell'America
di trentacinque anni fa. Mentre gli italiani sono pronti ad insorgere contro
il pericolo rappresentato dagli immigrati, i dati suggeriscono che farebbero
assai meglio a badare a quel che succede nei loro rapporti familiari, nei
rapporti con il vicinato e in quelli di lavoro. I dati annuali dell'Eures
sull'omicidio volontario in Italia indicano infatti che negli ultimi anni
la famiglia si è dimostrata invariabilmente come l'ambito in cui il
comportamento
omicidario si è verificato con maggior frequenza, con una crescita
impressionante
rispetto al periodo precedente il 2000. Seguono altre forme di cosiddetti
"omicidi di prossimità" che colpiscono vicini e conoscenti. Si sarebbe
tentati di dire, senza eccessiva tema di essere smentiti dai criminologi,
che anche in Italia la riduzione della socialità abbia avuto, tra le varie
conseguenze, quella di far "implodere" aggressività e frustrazioni all'interno
delle mura domestiche e nei contesti relazionali quotidiani e ordinari.
Per farla breve, anche da noi si sta verificando il transito che da "Bowling
Alone" conduce dritti dritti al "Bowiling a Columbine" di Michel Moore.

Dietro i fenomeni di isolamento, Sennett vedeva principalmente l'ombra della
"progettazione urbana" avviata negli USA dopo la seconda guerra mondiale.
Una progettazione ispirata a principi meccanicistici, tayloristici, in cui
la struttura abitativa veniva predefinita integralmente dagli architetti,
senza lasciare spazio al processo storico e al mutamento: "Attraverso il
controllo delle struttura di ciò che è disponibile per l'interazione sociale",
scrive Sennett, "viene bloccata la strada all'azione sociale". Affermazione
che suona particolarmente profetica ai nostri giorni, soprattutto quando
si includa nel "controllo della struttura di ciò che è disponibile per
l'interazione
sociale" anche la funzione dei mass-media. Ciò che rende l'analisi di Sennett
particolarmente interessante è la costante attenzione nei confronti del
rapporto tra architettura urbana e qualità dell'integrazione sociale. Nelle
sue approfondite ricerche storiche egli evidenzia come le concezioni morali,
politiche e religiose si riflettano nell'organizzazione abitativa, alternando
varietà sempre nuove di partecipazione e di conflitto.
Come avremo modo di spiegare in seguito, è proprio questa incessante dialettica
tra le diverse interpretazioni della natura umana e il modo di strutturare
lo spazio in cui l'umano può vivere e organizzarsi, a segnare i conflitti
dell'epoca contemporanea. Oggi però le tematiche che siamo chiamati ad
affrontare
non possono aggirare la questione del ruolo dei mass-media nell'organizzazione
dello spazio urbano. Soprattutto, occorre chiedersi in che modo l'Internet
possa inserirsi in questo ruolo e, quando necessario, stravolgerne le
fondamenta.
Se essere radicali significa andare alla radice del problema questo mi sembra
il modo migliore di esprimere una radicalità adeguata all'emergenza attuale.

****

Nel suo ultimo libro (Rispetto, 2004), analizzando alcuni dati forniti da
Putnam in Bowling Alone, Sennett si trova a concordare con il collega su
una distinzione fondamentale nel modo di classificare le prospettive con
cui può muoversi chi intenda rilanciare la partecipazione sociale: ci si
può ispirare al bonding, al tessere legami, oppure si può ragionare con
le categorie del bridging cioè del "gettare ponti". Mentre il bonding allude
alla classica relazione "face to face" ed è riconducibile alle forme di
socializzazione oggi più diffuse, il bridging rinvia ad una concezione a
prima vista impersonale dell'attività di cooperazione sociale. E' l'ambito,
per fare un esempio, del donatore di sangue anonimo ma anche quello, per
noi particolarmente significativo, del programmatore open source che cede
alla comunità il proprio lavoro perchè possa essere utilizzato e modificato
liberamente.
Quello del bridging, secondo Sennett, è "lo spazio civico della prossimità
agli estranei". Lo si potrebbe anche definire, in termini tradizionali,
come una nuova declinazione dello spirito pubblico.
Non andrebbe in ogni caso confuso con il volontariato assistenzialistico.
Il bridging parte da un principio di reciprocità: tanto il donatore di sangue
anonimo quanto il programmatore di software libero agiscono nel nome di
un concetto di utilità pubblica che vorrebbero paritario, simmetrico. Auspicano
che i loro comportamenti siano praticati da altri, anche se sono perfettamente
consapevoli di non avere nessuna garanzia che ci sarà una contropartita.
Nell'Internet, l'elemento principale di bridging deve essere cercato
nell'universalismo
che caratterizza l'organizzazione della partecipazione. Sebbene l'internet
produca una dimensione collettiva astratta, l'accesso, almeno in linea
di principio, è aperto a "chiunque". Si possono fare duemila postille a
questa osservazione, a partire da quelle riguardanti il digital divide,
fino a comprendere le varie forme di esclusione dovute ad accessi "riservati"
a servizi a pagamento e così via. Si può anche sottolineare, non senza buone
ragioni, che all'universalismo presunto segue facilmente un anonimato
deresponsabilizzante.
Accettate tutte queste obiezioni, rimane vero che l'accesso all'internet
non è condizionato da discriminazioni di casta, sesso, classe, razza e
così via.
Comunque lo si intenda, il bridging contrasta palesemente con le pratiche
di lobbyng, con le varie forme di affiliazione criptomafiosa, con i rituali
di pubblica confessione che caratterizzano i gruppi di auto aiuto, con il
familismo amorale, con l'individualismo intimistico esasperato dal neoliberismo
e, in conclusione, con tutte le degenerazioni del bonding che affliggono
le forme di convivenza delle democrazie occidentali e, particolarmente,
del nostro paese.

Tuttavia, proprio sotto il profilo del bridging l'Internet, per un lungo
periodo, è parsa carente, scarsamente efficace. Anche se i pionieri della
rete hanno lavorato proprio nella prospettiva del bridging, costruendo potenti
strumenti per la relazione sociale libera, le comunità virtuali, oggettivamente
distanti dalla realtà territoriale, sono state spesso giudicate fredde,
astratte e, non di rado, politicamente inconsistenti. Non pochi hanno paventato
esplicitamente il rischio di un progressivo degrado della relazione interumana
provocato dalla comunicazione mediata dal computer. Chi ha lavorato nello
spirito del bridging s'è trovato a dover ammettere che i suoi strumenti
(chat, forum, mailing list) si sono sovente trasformati in forme degradate
del bonding: luoghi per una relazione interumana vicariante che, mancando
di elementi fondamentali quali il rapporto "face to face" e la relazione
con il territorio, rischiano ad ogni passo di sprofondare nella condizione
di ghetti virtuali, di riserve indiane. Sebbene ci siano buoni argomenti
per dissentire da tali catastrofismi, non è stato sempre agevole dare torto
a quanti sostengono che la rete sta amplificando i già preoccupanti fenomeni
di "segregazione urbana" che si rilevano nelle metropoli.

Sulla scorta di Sennett - che in realtà non si è mai occupato direttamente
del rapporto tra massmedia e forme dell'abitare - si potrebbe ingenuamente
argomentare che la "fissazione all'adolescenza" sia aumentata con il progressivo
diffondersi delle comunicazioni di rete.

Qui da noi però, quando la psicologia clinica dei primi anni Novanta ha
messo in guardia nei confronti di una presunta "sindrome di Peter Pan",
una difficoltà dei giovani nel transitare alla vita adulta, i dati delle
ricerche sociali (istat e eurispes) l'hanno seccamente smentita, dimostrando
come questo prolungamento dell'adolescenza avesse nella maggior parte dei
casi spiegazioni assai diverse dal "mammismo" o dalla psicopatologia.
Spiegazioni
che avevano invece a che fare con i crescenti problemi nell' accesso al
lavoro e al reddito. Niente a che vedere, in ogni caso, con la fissazione
all'adolescenza discussa da Sennett, che riguardava persone adulte, occupate
e spesso benestanti. La segregazione giovanile cui assistiamo in Europa
si presenta come un problema politico la cui soluzione non sembra a portata
di mano. Come ha scritto Jean Paul Fitoussi su un recente articolo apparso
sulla prima pagina del quotidiano "La Repubblica":

«La disoccupazione cronica di massa agisce all'interno dei nostri sistemi
sociali come un buco nero in espansione, che inghiotte tutte le logiche
d'integrazione [..]. Gli effetti della disoccupazione falsano le regole
sociali, dato che le opportunità d'inserimento dipendono sempre più da
condizioni
iniziali quali il patrimonio, la rete delle relazioni sociali di genitori
o parenti, la reputazione degli istituti frequentati e dei diplomi conseguiti,
e non di rado anche il quartiere di residenza. Il più delle volte, tutti
questi elementi sono correlati tra loro, tanto da lasciare ben poche opportunità
a chi ne è escluso».

La situazione descritta da Fitoussi è ben nota al lettore italiano che non
può ignorare la complessa rete politico-sociale che organizza i percorsi
di accesso alla formazione e al lavoro.
Una rete le cui maglie si sono progressivamente irrigidite e ristrette,
fino a rendere del tutto vano qualsiasi tentativo di individuare un qualche,
sia pur residuo, rapporto tra aspirazioni, vocazioni, talenti e dimensioni
reali del lavoro e dell'occupazione. Mai come in questo periodo in Italia,
s'è vista una così completa scollatura tra ciò che ciascuno vorrebbe o potrebbe
fare e ciò che si ritrova a fare (o a non fare). Si può ben dire che,
mentre la politica si manifesta pubblicamente attraverso un'inflazione retorica
di generiche dichiarazioni di principi universali (si pensi ai discorsi
del presidente della Repubblica) la sua realtà più profonda e nascosta è
costituita da un controllo sempre più capillare sui microprocessi di inserimento
ed esclusione.

Un controllo i cui esecutori sono convinti di "badare al sodo" solo quando
eliminano qualsiasi rischio di difformità e di innovazione. Si tratta di
una forma particolare di conservatorismo che ha effetti devastanti sia sul
piano dell'economia e dello sviluppo che su quello del benessere individuale
e collettivo. Mentre i posti pubblici sono un traguardo ambito in quanto
tali, quali che siano gli interessi e la formazione pregressa, le diverse
forme di contrattualità "atipica" producono figure professionali a "mosaico"
che spesso, saltando da un contratto all'altro, assumono ruoli talmente
diversi da rendere vano qualsiasi tentativo di raggiungere un'omogeneità
curricolare e una certa coerenza del percorso. La frammentazione del percorso
lavorativo tra i numerosi effetti devastanti, ha anche quello di rendere
le persone che ne sono vittima degli individui in perenne stato di incertezza
in merito alle loro reali capacità o possibilità. Il timore di aver
"dimenticato"
si unisce a quello di essere "rimasti indietro" rispetto a quanti hanno
continuato sul percorso che, per amore o per forza, si è momentaneamente
abbandonato.
Nell'ambito delle professioni le cose non vanno meglio. Basti pensare al
potere crescente di quelle indescrivibili loggie dell'immobilismo che vanno
sotto il nome di "Ordini Professionali".
Un ottimo esempio è costituito dall' Ordine degli Psicologi, istituito nel
1991 in piena controtendenza rispetto agli indirizzi europei che continuano
a suggerire lo smantellamento degli ordini professionali. Gli psicologi
italiani hanno iniziato a istituzionalizzarsi nei primi anni Settanta con
l'apertura di facoltà universitarie il cui corpo docente era composto di
filosofi, medici, sociologi che si erano convertiti al verbo di Freud. Si
trattava a tutti gli effetti di outsider, persone che pagavano il prezzo
di una frattura dalle loro discipline di origine.
Oggi, le stesse persone, non assegnano più alcun valore legale a quella
laurea in psicologia per cui hanno testardamente lottato, se non quello
di garantire l'accesso a corsi post-laurea, quadriennali, gestiti privatamente,
che hanno come unico scopo quello di aumentare la selezione, renderla arbitraia
e farla dipendere dal reddito. Difficile non cogliere il paradosso: prima
si è chiesta un'istituzionalizzazione e un'organizzazione pubblica della
formazione in psicologia poi, una volta ottenuta, questa organizzazione
pubblica è stata immediatamente riconvertita agli interessi privati,
trasformando
le facoltà di psicologia in incubatori di clienti per le scuole di
specializzazioni
gestite privatamente. Questi fenomeni paralizzano qualsiasi processo di
ricerca che preveda elementi di innovazione teorica, assegnando un potere
assoluto ad una casta di intellettuali con forte vocazione burocratica,
il cui contatto con le problematiche emergenti diviene ogni giorno più
flebile.

Quando si parla di uno stato asservito al capitalismo si parla soprattutto
di questo: di una regolamentazione legislativa dell'attività privata di
interesse pubblico, che si manifesta attraverso una funzione direttiva rigida.
Quando lo stato "autorizza" di fatto esclude. Basti pensare all'itinerario
legislativo che ha permesso a Berlusconi di divenire un tycoon televisivo.
Può darsi che il Presidente del Consiglio sia stato più rapido, più
intraprendente,
ma rimane il problema di fondo: lo spazio pubblico della condivisione delle
informazioni è stato dato in concessione. Una concessione ad libitum, senza
ritorno.

Chi vuole trovare nel voto francese e olandese contro l'Europa una qualche
chiave positiva, dovrà cercarla nella secca presa di distanza da questa
opprimente varietà di agenzie di controllo, la cui presenza è divenuta talmente
pervasiva da soffocare qualsiasi autentico spirito d'impresa, qualsiasi
slancio di rinnovamento, qualsiasi espressione di soggettività non omologata.


****

Sotto questo profilo avevano ottime ragioni Franco Berardi e Franco Bolelli
quando, contro lo spirito dei primi anni Novanta, alla "sindrome" di Peter
contrapponevano "l'estasi di Peter Pan" sollecitando una riscoperta collettiva
delle capacità creative ed immaginative: «Non adeguarsi è il principio di
un progetto di mondo, è l'antidoto contro il veleno normalizzatore di chi
predica che è necessario adattarsi al mondo e contro il veleno autoritario
di chi pretende di adattare a sé il mondo. Il disadattamento non come sintomo
della malattia, ma anzi come condizione per la terapia».

Si tratta di una delle declinazioni più interessanti di quel fenomeno complesso
a cui è stato dato il nome di esodo. Quella di Bolelli e Berardi costituisce
l'interpretazione "picaresca" dell'esodo, che in modo avventuroso si potrebbe
ricondurre a quanto scritto da José Antonio Maravall: «Dato che è un essere
irregolare e deviante, il picaro non accetta una determinata posizione sociale,
protesta perché lo si obbliga ad accettarla, cerca di rompere la rete in
cui è impigliato cambiando residenza e rifiutando qualsiasi sistemazione
professionale. E'l'epoca in cui Baltasar Graciàn scrive in puro stile picaresco:
bisogna creare la propria vita e il picaro proprio questo vuole fare».
A prendere Graciàn alla lettera, il picaro si autoassegnava un compito che
già Pico della Mirandola aveva definito a chiare note nel suo "discorso
sulla dignità dell'uomo" con la celebre affermazione "L'uomo è artefice
di se stesso".

Senonché il movimento migratorio che garantiva al picaro un certo grado
di imprevedibilità s'è contratto progressivamente. Se la beat generation
poteva ancora giocare la carta della mobilità, oggi la "segregazione urbana"
sembra difficilmente aggirabile. Le frontiere sono blindate, e il capitalismo
ha mappato ogni angolo del pianeta. Gli occidentali benestanti possono spostarsi
con una certa facilità, ma il rischio è quello di veder ripetere all'infinito,
con sottili variazioni, il medesimo scenario.
E' evidente che ci si sente chiamati, più che in qualsiasi altro momento
storico, ad organizzare "fughe da fermo". Come avremo modo di approfondire
meglio in seguito, alcuni elementi importanti di questo atteggiamento di
fuga "da fermo" si possono cogliere sia nella cultura hip hop che nell'etica
hacker. Ma come collocare questa idea nel contesto della crisi italiana
?

Dopo la fase di "mani pulite" e le promesse di stabilità economica della
"Seconda Repubblica" e del sistema bipolare, gli italiani devono constatare
amaramente che il governo più stabile della loro storia è stato anche il
più disastroso. Quel presidente del consiglio che si vantava di aver stipulato
una sorta di contratto con gli italiani, dopo cinque anni di governo, ha
soltanto reso l'Italia un paese più povero, privo di un progetto economico,
disertato perfino dai turisti. Il mito della stabilità di governo è
rovinosamente
crollato.
Sotto questo profilo i segnali di esodo attuali, che riguardano un ceto
medio sempre più fragile, ricordano alcuni tratti dell'"émigration intérieure"
della borghesia francese della metà dell'Ottocento. Un comportamento sociale
che prese forma nella Francia di Luigi Filippo, quando una parte della
borghesia,
delusa dal non aver trovato nel rampollo degli Orléans il promotore di qualche
forma di governo più equa, rifiutò di sottomettersi e si astenne dal partecipare
alla vita pubblica. La generazione del decennio successivo trasse ispirazione
dalle scelte di questi settori di società che si erano autoesclusi e si
rese protagonista di un progressivo spostamento verso la sfera dell'interiorità.
Scrive a tale riguardo Sennett: «La generazione del 1840 sapeva come manifestare
il proprio sentimento di estraneità: l'ironica indifferenza verso gli studi
e le carriere, il dileggio nei confronti di quei vecchi che, come il re,
finivano con l'assomigliare a una pera per il cibo troppo ricco e per il
troppo povero nutrimento spirituale».

A tale riguardo più che di terapia si dovrebbe parlare, con Pascal, della
necessità di "fare buon uso della malattia". Si potrebbe perfino affermare
che, quando diviene impossibile aggirare la paralisi sociale diviene
indispensabile
costruire ponti di tipo del tutto nuovo.
Che poi tale uso "buono" del disagio finisca con l'assumere la forma del
conflitto è una conclusione che a Pascal probabilmente non sarebbe piaciuta
ma a che a noi sembra inevitabile. Un conflitto che assume forma compiuta
negli scenari del lavoro cognitivo precario e intermittente soprattutto
quando, frammentando la formazione, mandando al macero risorse umane, esso
finisce con il determinare un' eccedenza, uno scarto di intelligenza,
prepotentemente
chiamata dalle circostanze ad inventare strategie inedite di sopravvivenza,
di rivendicazione e di lotta.

Ed ecco infatti che in questi ultimi anni iniziano a prendere forma dei
tentativi di stabilire rapporti di tipo nuovo tra rete e territorio. Il
progettista di telematica sociale che ci accingiamo a descrivere è propriamente
pontifex. Non perché ami "pontificare" nel senso ironico che spesso si
attribuisce a questo termine, né perché dotato di capacità oracolari, ma
in quanto opera in silenzio per ricombinare creativamente i percorsi sociali
delle metropoli, moltiplicando le connessioni territoriali, costruendo
"passaggi"
e mettendo in crisi i rigidi itinerari del consumo sociale urbano.
Progetti di questo genere, che mirano a costruire interfacce technosociali
tra rete e territorio, sono in costante aumento. Si va dai flashmob, una
forma di manifestazioni lampo, solitamente di carattere ironico, che giocano
sulla sorpresa e trovano nella rete le loro modalità organizzative, fino
a idee virus come il bookcrossing, per arrivare a siti web che si propongono
esplicitamente la socializzazione sul territorio, come l'ormai celebre MeetUp.
Scott Heiferman, Il CEO di Meetup, ha dichiarato più volte di essersi dedicato
allo sviluppo del progetto dopo la lettura di Bowling Alone di Robert Putnam.
Ai sennettiani "usi del disordine" potrebbero invece ispirarsi i praticanti
del flashmob, che spezzano il frame urbano, l'ordine funzionale delle metropoli,
con spettacolari bizzarrie dal tono vagamente situazionista. Emblematico
a tale riguardo uno degli ultimi flashmob romani, quello che si è tenuto
nel corso della "notte bianca" del 28 Settembre 2003, in cui un folto gruppo
di persone munite di gessetti ha colorato in pochi minuti tutti i "sanpietrini"
di una piazza della capitale, trasformando il selciato in un caleidoscopico
mosaico pavimentale.




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