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Qualche nota, del tutto divagatoria, per i soliti insonni. Mi sono chiesto spesso se non vi sia una specie di rimozione italiana del movimento dei movimenti. Mi spiego. Se andiamo a guardare le prime fasi dello sviluppo del movimento di Seattle, noi ci rendiamo conto di quanto sia stato faticoso il riconoscimento di quegli eventi da parte della sinistra italiana (anche quella radicale). A quel che ricordo, c'era una cronica incertezza intorno ai valori e alle proposte di quel movimento. Insomma la contestazione al WTO creo' un clima di sconcerto se non di imbarazzo. Naturalmente non si dimentica che qualche tempo prima a Bologna c'era stato il NoOCSE, ma si era trattato di un evento piuttosto marginale. Senza il lavoro svolto da Bifo probabilmente l'evento non ci sarebbe stato per niente. Non saprei come definirla, ma mi pare di intuire tuttora una certa resistenza, o una specie di "personalizzazione" italiana di quello che venne definito movimento dei movimenti. Ci pensavo qualche sera fa mentre vedevo l'ottimo "The Corporation". Puo' darsi mi siano sfuggite le recensioni di segno positivo che pure il film deve avere ricevuto. Ma ho l'impressione, spero di essere smentito, che siano ben pochi i luoghi della stampa di sinistra in cui il film ha aperto un dibattito all'altezza dei suoi contenuti. Ne' in rete, su Indy o altrove, m'e' parso di vedere traccia di questo film. Strano. Perche' in un certo senso "The Corporation" dovrebbe dovuto rappresentare per il movimento un vero evento cinematografico. Magari ad alcuni potrebbe sembrare un riassunto di argomenti triti. Ma, anche in questo caso, si tratta di un riassunto estremamente puntuale, efficace di grande intelligenza e ritmo. Mark Achbar, già regista di "Manufactoring Consent: Noam Chomsky and the media" ha lavorato a "the corporation" insieme a Jennifer Abbott e alllo scrittore Joel Bakan autore del libro "The Corporation: The Pathological Pursuit of Profit and Power" a cui il film e' esplcitamente ispirato. La pellicola infilza una vertiginosa serie di interviste a broker ,spie, guru di movimento, investitori, dirigenti di impresa, alternate da un geniale collage di spot, trailer, brani finemente selezionati da classici del cinema USA. Precise e puntuali le interviste ai guru del movimento internazionale : Vandana Shiva, Naomi Klein, Noam Chomsky, Geremy Rifkin, Michel Moore. E tuttavia il film è scivolato via dalle sale con pochissima attenzione da parte della sinistra radicale italiana. Questo naturalmente si spiega principalmente con problemi di agenda: c'e' stato un sostanziale slittamento delle priorita'. La guerra ha reso meno urgenti le problematiche sollevate da Vandana Shiva, Geremy Rifkin, Noam Chomsky, in materia di economie globali, controllo sulla stampa, ecologia. Ma fa una certa impressione la frenesia con cui mutano queste agende, come se mancasse una qualche capacità di sedimentazione. D'altra parte se il film ha un punto debole e' probabilmente proprio quello della retorica movimentista. La soluzione per il regista, evidentemente ispirato da Chomsky, e' tutta nella mobilitazione di base, nella resistenza popolare. Ricorre nelle numerose interviste rilasciate dai guru del movimento, particolarmente in quelle rilasciate da Chomsky, la convinzione che la soluzione al problema delle corporation sia da cercare nel "bilanciamento" tra poteri pubblici e privati. Dunque le manifestazioni di piazza "mandano a dire" ai politici, gli umori tetri della popolazione sfruttata. Nell'insieme torna la visione del movimento come "attore negativo", di contrasto, che era stata prefigurata da Marcello Cini qualche anno fa su "La Rivista" del manfo. Un movimento che poteva soltanto gridare nel vento il montaliano: "cio' che non siamo, cio' che non vogliamo". Le due categorie macroscopiche su cui si e' concentrato il dibattito politico italiano (movimento escluso) si potrebbero opporre binariamente in questo modo: legge versus. economia. Detto in altri termini, la contesa sul potere ha visto opporsi due concezioni: quella che il potere si esercita attraverso l'economia, e quella che il potere si esercita attraverso le leggi. La divisione e' grossolana, ma rende bene i termini del contrasto: girotondini vs. mafiosi, statali vs. commercianti. Stato contro mercato, o viceversa. Si tratta di un modo di intendere la questione che ha contagiato la sfera del senso comune, vuoi per effetto di "manipulite", vuoi a seguito di celebri fiction come "La Piovra", vuoi per l'inesausto fare opionione di figure chiave della cultura pop anni '80 come Nanni Moretti e Francesco De Gregori. Proprio questa opposizione sembra costituire uno degli elementi caratterizzanti del film. La presentazione storica della nascita delle corporation insiste sulle perversioni del diritto americano, che hanno permesso alle corporation di ottenere gli stessi diritti assegnati dalla carta costituzionale alle persone. La corporation diviene in tal modo una persona abnorme ed eterna, un mostro assetato di danaro. Immagine dopo immagine, intervista dopo intervista, la "persona" corporation viene classificata tanto impietosamente quanto ironicamente, come portatrice di gravi patologie puntualmente classificate da DSM-IV: disturbo antisociale della personalita', labilita' emotiva e aggressivita', assenza di colpa per i danni arrecati agli altri, incapacita' di di confrontarsi con le norme sociali, di rispettare la propria sicurezza e quella degli altri. Questo taglio "criminologico" del film rende particolarmente pertinente il paragone con la sinistra girotondina italiana. Eppure quella sinistra non ha incensato il film come non l'ha fatto il movimento (o quel che ne resta). Mi viene fatto di chiedermi come ragiona, per sommi capi, una persona che si riconosce nella sinistra girotondina. La sinistra girotondina, mi pare affidi allo stato il compito di frenare e controllare le pretese dell'economia selvaggia, di calmierare i sempre evocati spiriti animali del capitalismo (ma Cartesio con l'espressione "spiriti animali" alludeva a tutt'altre e assai improbabili faccende). Il problema e' che, in una situazione come quella italiana lo stato s'e' fin troppo incardinato con lo stile delle corporation per poter rappresentare ancora un entita' in grado di bilanciare qualcosa (ammesso che abbia mai svolto una funzione del genere). Nei fatti le leggi possono benissimo assecondare, e oggi di fatto assecondano (Chomsky docet), la filosofia delle corporation. In Italia il fenomeno prende pero' aspetti peculiari. Prendiamo tre esempi a caso dal mazzo: videopoker, usura, proposta di legge "salvatombaroli". Il videopocker e' diventato legale in italia, anche se trasformato in "slotmachine" e lo stato si ciuccia il 13,5% di ogni giocata. Usura. Nel 2003 il legislatore, dopo le tante strombazzate giornalistiche sull'usura, abragava l'articolo 60 legge 689/81 che annoverava l'usura (insieme alla corruzione) tra i reati non "sostituibili" con sanzioni pecuniarie o altre forme di sostituzione della pena. L'ultima perla e' la famosa proposta di legge sui beni artistici, in base alla quale chiunque, se approvata, potrà appropriarsi di un bene di interesse culturale o archeologico versando (beninteso) un misero cinque per cento del valore allo stato. Non voglio entrare nel merito della questione della diminuzione delle tasse, perché quanto detto mi pare spieghi qualcosa della situazione. Al limite, per completare il quadro, conviene dare un'occhiata a cosa sta combinando un importante operatore telefonico sulla questione dei famosi dialer. Beh, praticamente un cittadino che viene truffato con questi raffinati attrezzetti informatici, non ha diritto a chiedere il rimborso a chi a questi truffatori fornisce le linee, ne' si vedono all'orizzonte tecniche e strategie punitive in grado di arginare il fenomeno. La cosa e' abbastanza sconcertante, perche' queste truffe colpiscono decine migliaia di persone ogni mese da almeno un paio di anni. Non si tratta insomma della "truffa" geniale dell'hacker. Si tratta invece di un sistema che coinvolge interessi miliardari e ampi settori della telefonia. Viene colpita gente comune, che non sa leggere le bollette, che non si riesce a spiegare gli aumenti. Gente che regolarmente si mette in processione, prima verso i callcenter, poi presso la magistratura, poi presso le associazioni dei consumatori ottenendo, quando va bene, qualche pacca sulle spalle e un invito a stare piu' attenti. Cio' che lascia basiti e' che i numeri telefonici presso i quali avvengono questi versamenti sono registrati presso gli operatori telefonici. E dunque i rispettivi titolari dovrebbero essere facilmente reperibili. Niente da fare. Tutti gli apparati "nicchiano". E' chiaro che qui non abbiamo a che fare con le "corporation" in senso tradizionale. Abbiamo a che fare, semmai, con varie forme di intesa tra stato (o suoi apparati) e organizzazioni (piu' o meno criminaloidi) di gente disposta a tutto per fare soldi (Leggi: tombaroli, biscazzieri, usurai, truffatori telefonici). A differenza delle corporation, questa gente non produce davvero nulla, semplicemente traffica, movimenta danaro e cerca di vendere il vendibile. Delle corporation ha soltanto lo spirito rapace. Per inciso, questo e' l'elettorato che ha premiato e probabilmente premiera' ancora il premier. Una persona scocciata da Rekombinant m'ha scritto che a lui piace la gente che si da da fare. Questi qui effettivamente si danno da fare. Ma che fanno ? Nel caso del tombarolo si prende un oggetto di interesse storico, culturale etc, e si mette a disposizione di un facoltoso signore che se lo piazza in salotto (sicche' sara' sottratto definitivamente all'unico suo uso leggittimo: quello pubblico). Nel caso del biscazziere si intrattengono signori di mezza età e ragazzetti allo scopo di scucirgli lo stipendio e la paga settimanale. Colché otterremo che sorgera' qualche nuova villa con telecamere e scagnozzi di guardia su un lago o su una riviera. Naturalmente la filosofia dell'espansione infinita prima o poi portera' i suoi adepti a scontrarsi gli uni contro gli altri (vedi napoli e poi muori). E lasciamo pure perdere i cravattari. Comunque, mi sembra un fatto che "la produzione" non abita qui. Sono attivita' "parassitarie" che non hanno nessuna efficacia di lungo periodo, non costruiscono nulla e non sono destinate ad avere alcun effetto positivo né sull'economia e tantomeno sulla qualita' della vita. Al contrario: i beni culturali vengono sottratti ai loro luoghi d'origine e alla loro fruizione, le riviere vengono devastate, a napoli la gente finira' per chiudersi in casa, con buona pace dei consumatori felici che dicono "grazie" sulla pubblicita' progresso della repubblica delle banane. Quello che piu' fa riflettere e' che si tratta di situazioni in cui il bene pubblico viene sottratto definitivamente alla collettivita'. Il che significa, ad esempio, che per uno striminzito cinque per cento del valore, si e' disposti a perdere tutte le "esternalita' positive" che un'opera d'arte o un patrimonio naturale possono avere sull'economia di un paese (turismo piu' o meno culturale, mostre, eventi,etc.) Qualche mese fa il Ministro della giustizia in una lettera al Ministro dell'Interno circolata su molti giornali, si domandava: «Cosa ha prodotto la sinistra se non legioni di uomini che, incapaci di affrontare i loro problemi, chiedono allo stato di farlo ?» Gia'. Perche' invece "sdoganare" strozzini e tombaroli e' un chiaro invito alla riscoperta del "self made man" ? Premesso che il sottoscritto dallo stato non ha mai avuto un bel cavolo di niente, qui c'e' da chiedersi seriamente se non sia venuto il momento di rovesciare il tavolo. Se cioe' non sia venuto il tempo di rifondare l'idea stessa di "impresa sociale". Mi domando insomma se non siano maturate le condizioni per creare le "corporation dell'interesse pubblico" e di iniziare a farle agire. Al riguardo sono abbastanza ottimista. L'idea truffaldina e pseudodarwiniana della selezione naturale dei "migliori", deve fare i conti con alcuni suoi limiti intrinseci. Per esempio, Volterra e Lotka hanno dimostrato che "prede e predatori" non e' un gioco a somma zero. Se finiscono le prede i predatori devono scannarsi gli uni con gli altri (vedi Napoli e poi muori). Lasciamo che si scannino. E cerchiamo di ragionare su come costruire "valore pubblico" fuori da qualsiasi presunta "protezione" dello stato. Questi non hanno nemmeno un'idea di quale tipo di "concorrenza" possiamo imbastirgli. Non vorrei dire troppo sciocchezze, ma ho l'impressione che proprio su questo punto della produzione la tradizione operaista e le analisi italiane sul postfordismo dovrebbero essere in grado di apportare dei contributi sostanziali. E' insomma questo l'unico aspetto su cui effettivamente la "personalizzazione" italiana del movimento potrebbe avere un significato importante. Mi riferisco, in parte, al conflitto sulla produzione, all'idea di poter contrastare le attuali forme del dominio con la forza "antagonista" dei produttori. Idea che ha avuto un momento topico nella fase di massimo sviluppo della fabbrica fordista e che si e' poi rapidamente dissolta con l'avanzare dell'automazione di fabbrica. Che sia proprio lì, dove l'automazione ha cambiato la nostra vita, che si debba concentrare la ricerca di uno sbocco politico e produttivo e' un'idea che mi batte in testa da qualche anno. Non saprei per quante crune d'ago debba passare la testa di un cammello prima che si riconosca qualche valore a questa convinzione. Ma poi chissenefrega. Spero di non avervi annoiato troppo Rattus |
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