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catastrofi e parassiti: msg#00079

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Subject: catastrofi e parassiti

Cr*,

la recensione di un libro:

In bilico nel perimetro dell'unico
«La catastrofe e il parassita», un volume collettivo a cura di Gianluca
Bonaiuti e Alessandro Simoncini
In transito Nuovo ordine e indeterminazione, opportunità e rischi, gli scenari
della transizione globale attraverso due figure provocatorie e paradossali
ALESSANDRO PAOLI
Recentemente Danilo Zolo, in un volumetto tanto sintetico quanto chiarificatore
(Globalizzazione. Una mappa dei problemi, Laterza), osservava come il termine
«globalizzazione» sia assurto, nel corso dell'ultimo decennio, a «nuovo
paradigma del mondo contemporaneo», anche se, aggiungeva, ciò sta avvenendo a
scapito dell'univocità semantica e della perspicuità concettuale. Sembra
difatti che le ormai innumerevoli teorie della globalizzazione non solo
incontrino ma accentuino e moltiplichino le stesse aporie che da tempo
contraddistinguono ogni accesso cognitivo ai processi di modernizzazione (con
cui del resto - da parte di alcuni come Giddens - la globalizzazione è stata
identificata). Non si tratta solo di schermaglie teoriche: i dilemmi e i
paradossi esistono in rebus ipsis, ben prima e ben più drammaticamente che nei
disagi degli interpreti. Per Mimesis esce ora un volume collettaneo (La
catastrofe e il parassita. Scenari della transizione globale, a cura di
Gianluca Bonaiuti e Alessandro Simoncini, pp. 364, € 19) che sembra
esplicitamente voler far tesoro di questa malagevole condizione della teoria
politica e sociale contemporanea: per un verso, appropriandosi in chiave
costruttiva del carattere insufficiente delle moderne strategie di razionalità
cognitiva; per l'altro, riproducendo analiticamente singolari snodi teorici e
concrete fenomenologie di globalizzazione della società. Il tentativo tutto
meta e iperteorico con cui si apre il volume (l'Introduzione di Bonaiuti) è di
venire a patti con l'incompletezza, assumendola in tutta la sua pervasività
come un dato ormai inaggirabile e, per molti versi, prezioso. La dissonanza
cognitiva tra modelli ermeneutici e fenomeni empirici viene qui valorizzata
come indice di razionalità imperfetta e non perfettibile, se non appunto previa
l'assunzione autocritica del proprio carattere contingente e inesaustivo. Una
scommessa che si traduce nell'accettare che la «perimetrazione del mondo» possa
compiersi sotto il segno di una logica dell'ordine e della complessità che gli
è propria, ivi incluso il paradigma che apparentemente, ma ricorsivamente, più
gli si oppone: quello della catastrofe. Con essa non viene intesa la percezione
comune del catastrofismo volgare (nonché di molto nichilismo novecentesco),
piuttosto, «il concetto di catastrofe come strumento di riflessività della
globalità in transizione». La logica della catastrofe (ovvero: della
discontinuità ricorsiva, dell'eccezione reiterata e normalizzata, della
transizione globale come routine) comprende l'ordine a partire dalle sue crisi,
dalle fratture materiali prima ancora che epistemiche. Si pensi alla guerra
come modus operandi delle più recenti riconfigurazioni geopolitiche. O alla
destrutturazione neoliberista della forma-lavoro come nuovo imprinting sociale
e legislativo. O ai deficit di controllo che costellano, quasi a segnarne
l'inesorabile «progresso», l'intensificarsi del rischio ecologico. In questo
senso la figura della catastrofe si rivela più che calzante rispetto al
carattere emergenziale della globalizzazione e alla generale rappresentazione
dei processi sociali che essa innesca.

Se la logica della catastrofe aderisce al movimento spezzato del reale e
restituisce quindi intenzionalmente inevasa la domanda sul senso, lasciando
avvolta dal manto della contingenza la polisemia della complessità, l'abitatore
più adatto di questi paraggi è il parassita, icona necessariamente multipla
dell'individuo (o del macroindividuo) che vive sulla soglia. In un contesto
globale di relazioni asimmetriche e di ricorrenti catastrofi (crisi della
sovranità, sospensione del diritto, sgretolarsi della cittadinanza o
ridislocazione dei limiti dell'interno e dell'esterno), parassitaria è ogni
azione che, da un punto di vista sistemico, offra un minimo di resistenza ai
manrovesci degli aggiustamenti funzionali anonimi ma anche, allo stesso titolo,
ogni azione che s'innervi su questi ultimi, strumentalizzandoli. A questo
livello di generalità, figure del parassitismo possono essere tanto anziani,
malati, cassintegrati e migranti, quanto speculatori finanziari, terroristi
globali o politici corrotti. La «parassitologia sociale» riconosce a tutte
queste identità almeno una cosa in comune, ed è ciò che la fa raccomandare
quale strumento euristico all'altezza della globalizzazione: con la loro sola
presenza («umana») calamitano l'attenzione sul punto di attrito e d'eccezione
in cui s'interrompe il flusso altrimenti lineare della comunicazione e della
riproduzione sociale. Una marcatura sottile e all'insegna del paradosso (e che
certo deve fare molta strada per rendersi teoricamente convincente), ma il cui
punto archimedeo sta nello sforzo di valorizzare un dato di fatto: al punto in
cui siamo, parassitario è il destino di chiunque, in quanto umano, abiti una
società globale ipercomplessa che rende cronica e generalizzata la condizione
di marginalità e interstizialità mediante meccanismi di sicurizzazione ed
esclusione indotti da catastrofi sistemiche ricorrenti, dunque deprivate di
regole e senso. «Parassitaria è la logica dell'umano allorché lo si confronti
con la riproducibilità immediata di qualsiasi sistema: eccentrica e
squilibrata, abusiva e insufficiente, esteriore e interna, partecipe e
distaccata. Lo è in un senso per nulla scandaloso: definisce l'uomo per una
insufficienza che chiede compensazione senza reprocità». Possiamo chiederci se,
attraverso questa provocazione che punta dritto sulla ventura del fattore
antropologico (o, volendo, biopolitico) non s'imponga alla fine e quasi di
soppiatto una preoccupazione per le sorti dell'umanità o, per dirla con
Sloterdijk, un'inquietudine sull'attuale gestione (o ingestibilità) del «parco
umano».

Come che sia, «catastrofe» e «parassita» sono paradigmi imperfetti ma appunto
per questo densi e propositivi, e a chi volesse saggiarne la plausibilità non
resta che leggere i testi del volume con l'occhio reso sgranato e forse
stranito da questa ambiziosa introduzione. I saggi che seguono forniscono
infatti abbondante materiale per la messa in opera delle precedenti categorie,
anche se nessuno si riferisce esplicitamente alla cornice introduttiva. Nella
prima sezione il tema capitale delle nuove guerre è affrontato da molteplici
punti di vista: riattualizzazione della guerra giusta (Tomba), ridefinizione
del rapporto guerra-società causata dalla rivoluzione negli affari militari
(Diodato), socializzazione della dimensione bellica (Terray), fenomenologia
della guerra totale (Lodovisi), riallocazione della politica internazionale
(Chiaruzzi). La seconda è dedicata a due letture della globalizzazione: dal
punto di vista della crisi politica della sovranità statale e del modello
antropologico su cui si fondava (D'Andrea) e da quello del nuovo ordine
mondiale neoliberista, rivisto alla luce del concetto marcusiano di
«controrivoluzione preventiva» (Laudani). La terza parte, infine, indaga nel
concreto le dinamiche inclusive ed esclusive proprie delle società
globalizzate, dalla critica delle nuove politiche sociali europee (Procacci)
alla denuncia del modello Schengen (Simoncini, Bigo e Guild), all'analisi della
sempre più sofisticata costruzione del nemico interno - figura parassitaria par
excellence (Ceyhan). Un panorama necessariamente incompleto ma che ben coglie
le dimensioni costitutivamente ordinative sottese alle dinamiche plurali,
contraddittorie e «catastrofiche» di globalizzazione della società. È a
quest'ultima, infine, che l'intero lavoro induce a riportare l'attenzione, alle
«esperienze concrete e minute» che in essa si generano e si consumano, senza
dimenticare, indaffarati come siamo dalla sfida della complessità, che solo il
singolare, l'asimmetrico, il «parassita» può dar luogo a una comprensione non
dogmatica e non irretita dai propri paradossi.




c/

singolare qualunque

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se arrivi ad un bivio...prendilo!!
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